The rise of Dry Bars, the alcohol-free place to be

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When I moved to London and first registered for a GP (the doctor), I remember having to fill in a form with my personal data as part of the normal procedure. What I didn’t expect was a document of 2 pages full of detailed questions about patients’ drinking habits. I admit I was kind of surprised, but then I thought about the streets packed with drunk people on weekends and I just realised it: “England, we might have a problem here.”

So when I heard about “Dry Bars”, namely alcohol free bars, it sounded like a joke, a contradiction, a likely business failure in a country that prides itself on the pub culture. It’s true that the taxation on alcohol consumption is rising together with the number of closing pubs, but living in the UK, I didn’t witness any massive tendency to sober up due to the economic situation.

However, I did some research about Dry Bars and I noticed that, despite evoking Prohibitionism, they represent a model of business with great potentialities growing beyond any expectation.

The first Dry Bar opened in the UK was The Brink in Liverpool, a place founded in collaboration with the charity Action on Addiction, that helps people with alcohol or drug problems during and after their period of rehabilitation. The initial idea was to create a public place where former addicts could hang out and have fun, away from the temptations of drinking. The risk, for the bar, of looking like a rehab facility was an encouragement to push the ambitions forward, in order to create a space that could welcome all kinds of customers who, voluntarily choose to spend an alcohol- free night out.

What’s their target market?

  • Women? – Every time someone in my group of friends orders an alcohol free fruity cocktail, it’s always a chorus of: “that’s so girly!”. So it may be argued that, aside from people who are recovering from addictions, Dry Bars are places for a female audience after all. As a woman and potential customer, I think that women may feel more comfortable enjoying a mocktail (that’s how they are called) in a place where alcohol is not served, because it is unlikely for them to be bothered by drunk men as it happens in pubs or clubs. To this end, Alex Gilmore, the manager of Sobar, Nottingham’s dry bar, agrees with a safer environment but claims that there is no significant gender gap among the customers.
  • Young Generations? – Yes, because after few months we learned about the latest idiotic trend called Neknomination, recent statistics have demonstrated a decrease in drinking habits in teenagers and young adults compared to 10 years ago. The increasing costs of daily life are surely forcing customers to cut drinks, but reportedly, one of the reasons is that young generations don’t find it fun to get drunk and then face the consequences of a bad hangover. Moreover, I heard more than few people telling me they would rather spend their money on a nice and relaxed dinner than on drinks. For this reason, many young customers from 20 to 30 may find Dry Bars as a good alternative to the classic pub night.
  • Everyone! – The fact of creating such a friendly environment broadens the target audience to all ages, from students to families with babies or elder customers and pregnant women, who can enjoy a night out with friends without feeling left out because they can’t drink alcohol.

How do Dry Bars keep their customers interested?

With such a variety of target customers with different budgets it’s necessary to have an effective marketing strategy in order to make the business grow, but how? First, they all have an interesting mocktail menu, which is also affordable, because each drink doesn’t cost more than £3 (€ 3.60/ $4.99). Secondly, they all have particular food choices, from English traditional dishes, to Mediterranean specialities or organic only selections. For example, Redemption in London serves only vegetarian food with vegan and raw options. Last but not the least Dry Bars’ management organise events, such as live music gigs, in order to engage even more customers.

In a country with the pub culture in the DNA, Dry Bars are doing something simple but revolutionary at the same time. These places still represent a niche market but I see some potential and apparently I’m not the only one, because this kind of business is rapidly growing all over the UK.

Sources: The Guardian, The Guardian page2, The Independent, BBC News.

And now in Italian.

Quando mi sono trasferita a Londra e mi sono registrata dal medico, ricordo di aver dovuto compilare un modulo con i miei dati personali come parte della normale procedura. Quello che non mi aspettavo era di dover rispondere a due pagine piene di domande dettagliate riguardanti le abitudini sul consumo degli alcolici. Devo ammettere che, di primo impatto, sono rimasta sorpresa, ma poi ho subito pensato alle scene pietose che si vedono per strada durante il fine settimana: uomini e donne schifosamente ubriachi che danno il peggio di loro stessi. E che molto spesso, quel peggio lo fanno uscire. Sul pavimento.

Cara Inghilterra, credo che abbiamo un problema.

Così, quando ho sentito parlare dei “Dry Bar”, cioè bar dove non si servono alcolici, mi è sembrato uno scherzo, una contraddizione, un probabile fallimento in un paese in cui il pub rappresenta uno dei pilastri della socializzazione. E’ vero che la tassazione sul consumo di alcolici è in aumento, come anche il numero di locali che chiudono, ma vivendo nel Regno Unito, non ho ancora notato una forte tendenza di massa all’astensione dalla pinta, nemmeno per risparmiare qualche sterlina in tempo di crisi economica.

Tuttavia, ho fatto qualche ricerca su i Dry Bar e mi sono resa conto che, nonostante le possano far pensare ai locali aperti durante l’epoca del Proibizionismo, in realtà costituiscono un modello di business dalle grandi potenzialità.

Il primo Bar Dry aperto nel Regno Unito è stato il The Brink a Liverpool, fondato in collaborazione con la charity Action on Addiction, che aiuta le persone con problemi di dipendenza da droghe o alcol, durante e dopo il periodo di riabilitazione. L’idea iniziale era di creare un luogo dove gli ex tossicodipendenti avrebbero potuto divertirsi e passare del tempo lontano dalle tentazioni alcoliche. Il rischio però, era quello di creare una struttura che si avvicinasse troppo a quello che è un centro di riabilitazione, perciò il management di Action on Addiction ha pensato ad un locale dove poter accogliere tutti i tipi di clienti che, volontariamente, scelgono di passare una serata “a secco”.

Qual è il loro target di mercato?

  • Donne? – Ogni volta che qualcuno nel mio gruppo di amici ordina un cocktail analcolico alla frutta, è sempre un coro di gridolini del tipo: “è così da principessa!”. Quindi si potrebbe dire che, a parte gli ex tossicodipendenti, i Dry Bar siano locali per un pubblico femminile. Come donna e potenziale cliente credo che, effettivamente, sia più facile sentirsi a proprio agio sorseggiando un mocktail ( è così che si chiamano ) in un luogo dove l’alcol non viene servito, perché è meno probabile essere infastidite da uomini ubriachi, come accade nei pub o in discoteca. A questo proposito, Alex Gilmore, responsabile della direzione del Sobar di Nottingham, è d’accordo che i Dry Bar abbiano un ambiente più sicuro, ma sostiene che non ci sia una significativa differenza di genere tra i clienti.
  • Le giovani generazioni? – Sì, perché dopo pochi mesi dall’ultima moda alcolica chiamata Neknomination, recenti statistiche hanno dimostrato una diminuzione nei consumi di alcol da parte degli adolescenti e dei giovani adulti inglesi rispetto alle percentuali di 10 anni fa. Il costo della vita in crescente aumento può sicuramente motivare a ridurre le spese non necessarie, tra cui gli alcolici, ma, a quanto pare, le giovani generazioni  bevono meno perché non trovano divertente ubriacarsi e poi stare male a causa della sbornia. Inoltre, molte persone mi hanno confidato che preferiscono spendere i loro soldi per avere una cena piacevole e rilassante piuttosto che ubriacarsi, vomitare e vergognarsi di se stessi il giorno dopo. Per questo motivo, i giovani tra i 20 e i 30 anni potrebbero pensare ai Dry Bar come un’ottima alternativa al classico pub.
  • Tutti! – Il fatto di creare un ambiente così accogliente amplia il target di riferimento a tutte le età: dagli studenti alle famiglie con bambini piccoli, o clienti anziani e donne in gravidanza, che possono godersi una serata fuori con gli amici senza sentirsi escluse dal giro dei drink.

Come fanno i Dry Bar ad attirare clienti?

Con una tale varietà di clienti con possibilità economiche diverse, è necessario avere una strategia di marketing efficace per far crescere i guadagni, ma come? In primo luogo, tutti i Dry Bar puntano su un menù di mocktail interessante e variegato, ma anche conveniente, in quanto ogni bevanda non costa più di 3 sterline (3.60€). In secondo luogo, tutti hanno particolari scelte gastronomiche, dai piatti tradizionali inglesi, alle specialità mediterranee o solo cucina biologica. Per esempio il Redemption a Londra serve solo cibo vegetariano, con opzioni vegane e crudiste. Ultimo ma non meno importante, è l’organizzazione di eventi come le serate di musica dal vivo, al fine di coinvolgere ancora più clienti.

In un paese con la cultura del pub nel proprio DNA, i Dry Bar stanno facendo qualcosa di semplice ma rivoluzionario allo stesso tempo. Sicuramente rappresentano ancora un mercato di nicchia, ma vedo un grandissimo potenziale commerciale e, apparentemente, non sono la sola, perché questo tipo di attività è in costante aumento in tutto il Regno Unito.

 

Fonti: The GuardianThe Guardian page2The IndependentBBC News.

 

 

 

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3 thoughts on “The rise of Dry Bars, the alcohol-free place to be

  1. Reblogged this on Lavita è come una valigia and commented:
    Da persona che non beve trovo questa iniziativa dei “Dry Bars” molto bella!
    C’è anche da dire che il nostro concetto di bar è differente da quello anglosassone, ma tuttavia spero che questa iniziativa dia il via all’estinzione di quella brutta moda di ubriacarsi come non ci fosse un domani senza alcuno scopo!

    • Vero, il nostro concetto di bar è diverso, perché grazie a Dio, non abbiamo la pub culture. Non aspettiamo il venerdì per poterci “sfasciare”. E se mai l’avessimo fatto, è stato quando eravamo più giovani. Qua si ubriacano tutti, dal ragazzetto alla nonna. La cosa più sconvolgente sono le ragazze in vestiti strizzati, buttate agli angoli delle strade, incoscienti e “lasciate al primo che passa”.

      • Eh sì, anche se non vivo lì (per il momento 🙂 ) ho sentito molto parlare di questa cosa e debbo dire che non la capisco. Qui sì, anche i miei amici si ubriacavano ma almeno non così spesso come lo fanno loro… e poi passati i 20 di solito si comincia a fare un po’ più giudizio… Poi per carità bisogna sempre considerare le eccezioni e io il mondo adolescenziale attuale lo conosco molto poco visto che sono fuori target. Dal canto loro penso che sia un fatto proprio culturale, bere è importante a tutte le età, e visto che magari di solito sono molto taciturni usano la birra come pretesto! Ipotesi mia eh!
        Quello che dici riguardo alle ragazze mi rattrista molto perché penso che dovrebbero avere più dignità e rispetto per loro stesse, per non parlare poi dei comportamenti che magari poi hanno quando sono ubriache in pubblico!

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