Italian coffee culture is stuck

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I have a strong bond with coffee, which is considered something quintessential of what being Italian means. Therefore, for me coffee was only espresso, nothing else, then my travels and life experiences abroad opened my mind on many little things. Coffee was one of them.

My first stop was Starbucks, where I first tried unfamiliar blends (I know, don’t judge) and other ways to have coffee rather than espresso. To be honest, I was not amazed, but I believe it is always worth trying. Italy is one of the few countries where Starbucks has no power, simply because the 99% of Italian population would prefer to die rather than have an Americano. The firm would only profits from some frappuccino, that the average teens would drink after their first trip abroad, just to brag about being international. Not really big money then.

When I moved in London in 2009, I started to analyse my “Italian point of view” about food and drinks in a different perspective. This is when I found out independent coffee shops, starting from Monmouth in Covent Garden. Their own roasted coffee blew my mind , because it was significantly different from the dark and bitter one I am used to have in Italy, it was sweet and delicate. From that moment I started to treat myself with Monmouth coffee, every time choosing a different blend, each one characterised by a particular flavour. I cannot forget a particular one that reminded me of banana bread. Pretty good right?

Monmouth Coffee @Borough Market during my last visit. Coffee blend is Gichatha-ini from Kenya.

Monmouth Coffee @Borough Market during my last visit. Coffee blend is Gichatha-ini from Kenya.

At that point I started questioning the Italian coffee culture and one word came to my mind: stuck. Whoever has been in my country for sure witnessed this situation: baristas are always rushing, and many times, their coffee has a burnt flavour. Customers drink it in one shot, without actually tasting it, and they go away. I grew up in a country where coffee is considered a pleasure, but I see some inconsistencies between theory and practice.

Bars often buy their coffee from big Italian firms (Illy is one of the best) and it is usually just two blends: the regular and the decaffeinated one. Baristas seem not know their product as they cannot really describe the flavour or the acidity of their blend, they will tell you: “It’s coffee, has coffee flavour.” Sometimes I think they just hate their jobs.

This is pretty much the average situation in many bar at every corner, and as much as I hate to generalise, I had many experiences like this one.

Each Italian city has its own historic coffee shops where personnel is well trained, willing to improve and, most of all, knowledgeable. They manage to match their blends with customers’ tastes. Quite nice, but very pricey, this is why I wish that bars for “commoners” would make their efforts to improve the whole coffee experience, from quality products to well trained staff.

In my opinion, the general situation remains static just as the politics and economy of my country. There is no will to experiment, innovate and improve, because since we have the best coffee why should we change it? Wrong, there is always room for improvement, but I guess it cannot be helped, due to the Italian conservative mentality.

Italy is not as it used to be and the economic crisis has undoubtedly contributed to the paralyse the country and its working market, but I think that if we remain stuck we would lose our excellence and prestige that made us famous. This goes also for the coffee industry. I hope to see more desire to improve and a new attitude towards the product itself and customers.

Image credits: snow

Disclaimer: Pictures belong to their owners. No Copyright Infringement intended.

And now in Italian.

Ho un forte legame con il caffè, una caratteristica di ciò che significa essere italiani. Per questo motivo, per me il caffè era solo sinonimo di espresso, nient’altro. Poi i viaggi e le mie esperienze di vita all’estero mi hanno portata ad aprire la mente su molte cose. E il caffè è stata una di queste.

La mia prima fermata è stata Starbucks, dove ho potuto provare delle miscele e modi di bere il caffè diversi da quelli a cui ero abituata. Onestamente, non mi hanno entusiasmata, ma penso che valga sempre la pena provare. L’Italia è uno dei pochi paesi in cui Starbucks non è presente, semplicemente perché il 99% della popolazione preferirebbe morire, piuttosto che bere un caffè americano. All’azienda andrebbero solo i profitti di qualche frappuccino che l’adolescente medio berrebbe dopo essere stato all’estero, giusto per vantarsi di quanto si senta internazionale. Quindi non si parla di moltissimi soldi.

Quando mi sono trasferita a Londra nel 2009, ho cominciato ad analizzare le mie convinzioni sul cibo e le mie abitudini da italiana con una prospettiva diversa. E’ stato qui che ho cominciato a frequentare le caffetterie indipendenti, partendo da Monmouth a Covent Garden. Il loro caffè mi ha letteralmente sbalordita, perché era così diverso dalla miscela amara che utilizziamo in Italia, al contrario, era dolce e delicato. Da quel momento ho cominciato a concedermi spesso il loro caffè, ogni volta provando una miscela diversa, ognuna caratterizzata da un sapore particolare . Non potrò mai dimenticare quella che aveva un sapore simile al plumcake alla banana. Buono vero?

Ho cominciato a farmi domande sulla cultura italiana del caffè e mi è venuta in mente una parola: statica. Chiunque, in questo paese, avrà visto questa classica scena al bar: personale di fretta, spesso scocciato, che ti serve un caffè talvolta bruciato. Clienti che bevono in meno di un secondo, senza gustare quello che c’è nella loro tazzina, e vanno via.  Sono cresciuta in un paese dove il caffè è considerato un piacere, ma vedo delle incongruenze tra la teoria e la pratica. I bar spesso comprano il caffè da importanti aziende (una su tutte: Illy) e quasi sempre hanno solo due tipi, normale e decaffeinato. Inoltre, i baristi non sembrano conoscere il loro prodotto, perché hanno difficoltà a descriverne il sapore o il livello di acidità. Ti dicono: “è caffè, sa di caffè.” Alcune volte penso proprio che odino il loro lavoro.

Succede in molti bar italiani, quelli che si trovano ad ogni angolo, e per quanto non mi piaccia generalizzare, mi è capitato spesso di trovarmi in questa situazione.

Ogni città italiana ha il suo caffè storico, dove il personale è formato, impegnato per migliorare e, soprattutto, informato perché riesce a servire un caffè che corrisponda alle richieste del cliente. Eccellente, ma anche molto costoso, ecco perché mi piacerebbe che i bar per i “comuni mortali” si impegnassero a migliorare “l’esperienza del caffè”, dal prodotto ad un personale consapevole.

Secondo me, la situazione generale rimane immobile, proprio come la politica e l’economia del mio paese. Non c’è voglia di sperimentare, innovare e migliorare, perché abbiamo già il miglior caffè del mondo, perché cambiare? Tutto ciò è sbagliato, perché si può sempre migliorare, ma penso che non ci sia niente da fare, considerata la mentalità conservatrice italiana.

L’Italia non è più come una volta, e la crisi economica ha, senza dubbio, contribuito a paralizzare il paese e il suo mercato del lavoro, ma credo che se rimaniamo fermi, perderemo la nostra eccellenza e il nostro prestigio che ci hanno resi famosi. Questo vale anche per il caffè. Spero di vedere più voglia di migliorare ed un diverso atteggiamento nei confronti del prodotto e dei clienti.

Image credits: snow

Disclaimer: le immagini mostrate in questa pagina appartengono esclusivamente ai rispettivi autori e non sono utilizzate a scopo di lucro.

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